
Non parliamo di com’è andata poi. Men che meno del filo d’Arianna da qui in avanti. Che s’aveva, noi, tutt’altre aspettative. Che stento a crederci tutt’ora, dopo i 5 anni passati così, che siamo ancora più o meno lì... Ma lunedì scorso, dico, con tutto il caos che avviluppava il fioccare di dati e proiezioni elettorali, da bravo scolaretto - ma con orecchie da coniglio penzolanti - sono andato all’Antica Birreria della Bornata 46 dove han suonato i Waja Maya. Mi son trascinato sulla malaonda della sventura incombente, che non ci volevo, non ci potevo credere... L’incubo non era finito e anzi, comunque vada, il berlusconismo è un virulento mangiafegato che m’accompagnerà per lungo tempo ancora, ahimé/ahivoi. Per giunta fuori c’era un vento “arrabbiatello” – come direbbe Katia – o, come dico io, un’aria rigida e incazzata/ forse per via dei risultati elettorali così in bilico, fino a quei momenti. Beh, è in quel clima personalmente funereo ch’è iniziato il concerto dei Waja Maja.
Hanno esordito, loro, con ritmi ritmici ed allegri, figurati, avendo a disposizione il percussionista Beppe Gioacchini ed il pestifero Arki Buelli alla batteria vorrei ben vedere, col Marco Bortoli a vociferare arie brasilianeggianti, ed è comunque in uno stato catatonico che ho finito d’ascoltare il primo pezzo e udito annunciare il secondo, dal presagico titolo di “Dopo il temporale”... Per non dire poi del terzo brano, “L’appuntamento mancato”, che in virtù di ciò che stava avvenendo, di ciò ch’era avvenuto, di ciò che avverrà da qui alla mia scheggia d’eternità, già, sì, eccome, m’è parso un clamoroso appuntamento mancato, questo in cui avremmo potuto letteralmente spazzare il berlusca col suo megalitico conflitto d’interessi per fare finalmente i nostri, d’interessi, e invece ciao.
Bah, Vincenzo “Titti” Castrini ci provava un po’ con la fisa e un po’ con le tastiere, a distrarmi, sui bassi saltellanti del Massimo Saviola, stazza e aurea da gigante buono, che pizzicava il basso elettrico da piegato sullo sgabello per non picchiar la testa sul soffitto, col Marco Bortoli che con la voce non arriva a tutte le latitudini ma in Brasile ti ci porta, tra standard e composizioni loro, e ad un certo punto mi son messo a fissare i piedi dei musicisti ed è, m’è parso, curioso che ogni piede va per cavoli propri, senza seguire il ritmo impresso sugli strumenti dalle mani, e per qualche attimo ho pure fissato la Edwige lì di lato, profilo manierista, francese di fatto e di sembianze, fini il naso e l’azzurro degli occhi e le labbra d’acciuga rosse su pelle di pergamena, con l’amazzonia di biondume riccio fino a metà schiena e... già, già, questo non c’entra. Ed han cantato, anche, i W.M., un verso che diceva “...il domani cambierà...”, e io che mi chiedevo quando cacchio è, domani?!..., che l’oggi è roba per funamboli e io no. Pure un brano che s’intitola “Magia”, han fatto, che a me pareva più’n sortilegio, e il chitarrista Vladimiro Leoni ha pure cantato guancia a guancia col Bortoli (casi, questi, in cui non riesco a non pensare che se uno dei due avesse mangiato pesante ;-), e il finale è poi stato energico e carico d’allegria, che quasi quasi la prendevo con filosofia, quest’ennesima inc/cciù!!!, salute!, beh, grazie, grazie tante, italiani...
Fabio Bix

Lo ammetto: sono arrivato un po’ in ritardo, lunedì. Ero a Lisbona, l’ho detto.
Tornato con quel misto di sentimenti contrastanti tipico di quando s’ha lo sguardo in direzione «casa dolce casa», ma, pure, s’ha la consapevolezza che la specialissima quotidianità altrui, piacevolmente spiata con ritmi aritmici, così poco assoggettati al rigido moto circolare delle lancette, la specialissima quotidianità altrui, qui, diverrà la nostra, c’infileremo la personale divisa di circostanza, qui, dentro al mostro... hem, al «nostro» ruolo, di nuovo (di vecchio), e ci starà stretto, qui, d’uno stretto quasi soffocante, la quotidianità.
Comunque, seppur con leggero ritardo, son volato (è il caso di dirlo...) direttamente da Lisbona all’Antica Birreria della Bornata 46, lunedì. C’era il Theatrum Trio, che m’ha accolto con colonna sonora melanconic-avvolgente, di note lente e calde, giusto per non urtarmi, giusto per riempirmi a modo loro di carezze, giusto, molto giusto, grazie... Un brano che, in certo modo, ha a che vedere con la gentilezza. E qui, scusa mah... torno un attimo a Lisbona.
Città, Lei, che m’attirava da un tot. Mi chiedevo se avrebbe potuto essere un luogo possibile, sì, ove traslare membra e desideri, ove trovar ispirazione in una quiete stimolante. Sai, avevo le mie aspettative, gl’inevitabili stereotipi.
Ovvio, ovvio, è stata tutt’un’altra roba, Lisbona. La «mia» Lisbona, quella che ho poi vissuto, non te la posso spiegare. È quel che è, Lisbona, ossia un miliardo di città differenti, tante quanti sono gli occhi e gli spiriti che la osservano. Una cosa, però, mi ha nutrito di piacevole stupore più dei fascinosi quartieri o palazzi o o, lì: la gentilezza. Sì, a Lisbona ho trovato gente estremamente gentile, cordiale, disponibile. M’attenzione, nulla che c’entri col galateo, niente cortesia in tailleur o doppio petto o roba da commessa, no, no. No. Era un velluto diffuso sugli autobus, una carezza in bigodini e sorriso neutro. E se, quindi, la «mia» Lisbona vista non è quella che cercavo, la gentilezza quella sì... per quella varrebbe la pena viverci, lì.
Per distogliermi dalla possibile saudade, il Theatrum Trio s’è poi messo a swingare veloce, così, con la ritmica del Marco Zanoli alla batteria e Giulio Corini al contrabbasso a spingere, e lo Stefano Battaglia a ricamare arpeggi al pianoforte.
E, dico, le mani dei pianisti... ci sarebbe da studiarci all’università, già, giaggià, che io non me ne intendo, ma Stefano Battaglia, le sue mani, la forma che formano... sarà che a Lisbona ho mangiato spesso pesce, ma il modo di tenere le sue, a me, rammentava le seppie, e, o, di quel percorrere contrito la tastiera, parevami certi granchi che filan di traverso sulla sabbia.
Approposito(?), l’ultimo brano parlava dell’osmosi tra la luna e la sabbia, ed era tessuto d’un pianismo che va piano ma lontano, sì, di jazz d’amanti del jazz. Poca scena. In sostanza: sostanza jazz. Il bis no, che quello infine era così: una melodia tipicamente irlandese al piano, infilata s’una ritmica decisamente jazz. Strano, l’effetto iniziale. Ma, appena dopo, a pensarci su...
Il jazz è contaminazione per eccellenza, quindi, alla fine, l’unica cosa strana è dire ch’era strano, pur risultando, lo ribadisco, piacevolmente straniante.
Hum... in altre (2)parole: muito bom!
Fabio Bix