Fabio Bix
This is the end» cantava Jim Morrison/ Ma no, no, non così...
«Arrivederci amore ciao» scriveva Massimo Carlotto/ Mmh... sì, va già meglio, così. Decisamente più probabile, peraltro. Peraltro odio gli addii, io. D’altronde... D’altrocanto... Quindi... No, sì, beh, in effetti... Sig: è l’ultimo StramBix, questo. Dai, no, adesso non piangere!(lo sto dicendo a me...). Tranquillo, da qualche parte rispunterò (hei, lo sto dicendo attè!).
Che questo strambo viaggio iniziò, com’è spesso, quasi per caso. I lunedì jazz, per me, lì alla ex Virèr, dico. Era il 7novembreZero5, apertura con un duo d’eccezione: Tonolo, il sax, Bonafede, il piano. Strambix, in verità, iniziò 3 concerti più in là, battezzato dal pifferaio magicamente indemoniato, il principino Emanuele Maniscalco, la batteria. Poi ci fu Dino (il) Rubino, il piano, lui. Passò, insieme all’inverno, pure lo Stefano Senni, il contrabbasso (non senza lasciare il segno, lui e l’inverno).
Beh, queste 3 giovani promesse/ già ampiamente mantenute/, mercoledì scorso han strasuonato come sanno far. Strabene, insomma. Questione, come, di coperta, seta mista a lana d’agnello celeste, tessuta nota su nota, dopo nota, sotto nota, di sghembo e obliqua e tangente e una coperta davvero avvolgente, insomma, quella tessuta mercoledì. Beh, signùr, molti dei ricami li ha contrappuntati Pietro Tonolo, che c’era niente pòpò di meno che pure lui.
E in qualche modo - molto mio, il modo... - ’sta rubrica è anch’essa una sorta di coperta che ho tessuto di week in week, così, con papucce di lana ai piedi, all’inizio, e lo sguardo ammiccante alle infradito. E le prime uncinettate, tu non lo sai, però me le ispirarono proprio il Tonolo e il Bonafede, quel lontanissimo 7 novembre in cui mi uscì una sorta di poesia. Una pRoesia? Giudica tu:
Ma come si fa, dico. Ma com’è?.../Ondivaghe... (Mani o polipi danzanti?)
Bonafede, si chiama.../Come non averne, di «bonafede» in lui/ a sentirlo, a vederne i tentacoli carezzare 30 tasti alla volta/ in spazi separati da nanomisure,/ ghirlande melodiche di pigiature d’avorio e/o solletico al cervelletto/ e che faccio, ora, rido e non so perch’-èh?!
E Tonolo com’è, dico, com’è che pari lì così,/giubbino indosso e quell’aria di sufficienza,/eppure sradichi e mi butti nidi di bisce travestiti da note/negl’occhi grandi?
Se (tu) avessi capelli te li strapperei, e chevvuoi,/ mica vorrai mi strappi i miei, dico.../ Avessi (tu) almeno l’aria di uno che si sta sbattendo potrei,/sarei, forse,/ disposto a sacrificarne qualche ciocca in virtù del tuo sudore,/ ma tu, Tonolo (nome musicale),/ fammi vedere o almeno fingi,/ ti prego fingi almeno di fare fatica,/ nel calpestare l’armonia in favore di/ disarmoniche sinergie.
E fossi donna ardirei/ di neri e bianchi tasti avere il corpo,/ svaghita là sotto in balìa dei polpastrelli/ o di 10 o 100 menestrelli?.../Invece sono cuore o cervello, non so.../non so... non so se è più l’uno o l’altro,/che mi state ubriacando.
E ora - non me ne vogliano le 3 giovani promesse già mantenute, né i loro genitori: -) ma non c’è più spazio per dire nei dettagli quel che è stato e non è stato, mercoledì. Ma c’è, sì, una notizia bomba: a luglio vi sarà un gran festival jazz-letterario (www.jazzontheroad.net) e yuppi!, sì, i 4 torneranno e ci sarà modo di... Già, pure d’arrivederci, perché... per cui... Add’io/ci sarò. E tu?
Ti bacio
Fabio Bix

Non parliamo di com’è andata poi. Men che meno del filo d’Arianna da qui in avanti. Che s’aveva, noi, tutt’altre aspettative. Che stento a crederci tutt’ora, dopo i 5 anni passati così, che siamo ancora più o meno lì... Ma lunedì scorso, dico, con tutto il caos che avviluppava il fioccare di dati e proiezioni elettorali, da bravo scolaretto - ma con orecchie da coniglio penzolanti - sono andato all’Antica Birreria della Bornata 46 dove han suonato i Waja Maya. Mi son trascinato sulla malaonda della sventura incombente, che non ci volevo, non ci potevo credere... L’incubo non era finito e anzi, comunque vada, il berlusconismo è un virulento mangiafegato che m’accompagnerà per lungo tempo ancora, ahimé/ahivoi. Per giunta fuori c’era un vento “arrabbiatello” – come direbbe Katia – o, come dico io, un’aria rigida e incazzata/ forse per via dei risultati elettorali così in bilico, fino a quei momenti. Beh, è in quel clima personalmente funereo ch’è iniziato il concerto dei Waja Maja.
Hanno esordito, loro, con ritmi ritmici ed allegri, figurati, avendo a disposizione il percussionista Beppe Gioacchini ed il pestifero Arki Buelli alla batteria vorrei ben vedere, col Marco Bortoli a vociferare arie brasilianeggianti, ed è comunque in uno stato catatonico che ho finito d’ascoltare il primo pezzo e udito annunciare il secondo, dal presagico titolo di “Dopo il temporale”... Per non dire poi del terzo brano, “L’appuntamento mancato”, che in virtù di ciò che stava avvenendo, di ciò ch’era avvenuto, di ciò che avverrà da qui alla mia scheggia d’eternità, già, sì, eccome, m’è parso un clamoroso appuntamento mancato, questo in cui avremmo potuto letteralmente spazzare il berlusca col suo megalitico conflitto d’interessi per fare finalmente i nostri, d’interessi, e invece ciao.
Bah, Vincenzo “Titti” Castrini ci provava un po’ con la fisa e un po’ con le tastiere, a distrarmi, sui bassi saltellanti del Massimo Saviola, stazza e aurea da gigante buono, che pizzicava il basso elettrico da piegato sullo sgabello per non picchiar la testa sul soffitto, col Marco Bortoli che con la voce non arriva a tutte le latitudini ma in Brasile ti ci porta, tra standard e composizioni loro, e ad un certo punto mi son messo a fissare i piedi dei musicisti ed è, m’è parso, curioso che ogni piede va per cavoli propri, senza seguire il ritmo impresso sugli strumenti dalle mani, e per qualche attimo ho pure fissato la Edwige lì di lato, profilo manierista, francese di fatto e di sembianze, fini il naso e l’azzurro degli occhi e le labbra d’acciuga rosse su pelle di pergamena, con l’amazzonia di biondume riccio fino a metà schiena e... già, già, questo non c’entra. Ed han cantato, anche, i W.M., un verso che diceva “...il domani cambierà...”, e io che mi chiedevo quando cacchio è, domani?!..., che l’oggi è roba per funamboli e io no. Pure un brano che s’intitola “Magia”, han fatto, che a me pareva più’n sortilegio, e il chitarrista Vladimiro Leoni ha pure cantato guancia a guancia col Bortoli (casi, questi, in cui non riesco a non pensare che se uno dei due avesse mangiato pesante ;-), e il finale è poi stato energico e carico d’allegria, che quasi quasi la prendevo con filosofia, quest’ennesima inc/cciù!!!, salute!, beh, grazie, grazie tante, italiani...
Fabio Bix

Lo ammetto: sono arrivato un po’ in ritardo, lunedì. Ero a Lisbona, l’ho detto.
Tornato con quel misto di sentimenti contrastanti tipico di quando s’ha lo sguardo in direzione «casa dolce casa», ma, pure, s’ha la consapevolezza che la specialissima quotidianità altrui, piacevolmente spiata con ritmi aritmici, così poco assoggettati al rigido moto circolare delle lancette, la specialissima quotidianità altrui, qui, diverrà la nostra, c’infileremo la personale divisa di circostanza, qui, dentro al mostro... hem, al «nostro» ruolo, di nuovo (di vecchio), e ci starà stretto, qui, d’uno stretto quasi soffocante, la quotidianità.
Comunque, seppur con leggero ritardo, son volato (è il caso di dirlo...) direttamente da Lisbona all’Antica Birreria della Bornata 46, lunedì. C’era il Theatrum Trio, che m’ha accolto con colonna sonora melanconic-avvolgente, di note lente e calde, giusto per non urtarmi, giusto per riempirmi a modo loro di carezze, giusto, molto giusto, grazie... Un brano che, in certo modo, ha a che vedere con la gentilezza. E qui, scusa mah... torno un attimo a Lisbona.
Città, Lei, che m’attirava da un tot. Mi chiedevo se avrebbe potuto essere un luogo possibile, sì, ove traslare membra e desideri, ove trovar ispirazione in una quiete stimolante. Sai, avevo le mie aspettative, gl’inevitabili stereotipi.
Ovvio, ovvio, è stata tutt’un’altra roba, Lisbona. La «mia» Lisbona, quella che ho poi vissuto, non te la posso spiegare. È quel che è, Lisbona, ossia un miliardo di città differenti, tante quanti sono gli occhi e gli spiriti che la osservano. Una cosa, però, mi ha nutrito di piacevole stupore più dei fascinosi quartieri o palazzi o o, lì: la gentilezza. Sì, a Lisbona ho trovato gente estremamente gentile, cordiale, disponibile. M’attenzione, nulla che c’entri col galateo, niente cortesia in tailleur o doppio petto o roba da commessa, no, no. No. Era un velluto diffuso sugli autobus, una carezza in bigodini e sorriso neutro. E se, quindi, la «mia» Lisbona vista non è quella che cercavo, la gentilezza quella sì... per quella varrebbe la pena viverci, lì.
Per distogliermi dalla possibile saudade, il Theatrum Trio s’è poi messo a swingare veloce, così, con la ritmica del Marco Zanoli alla batteria e Giulio Corini al contrabbasso a spingere, e lo Stefano Battaglia a ricamare arpeggi al pianoforte.
E, dico, le mani dei pianisti... ci sarebbe da studiarci all’università, già, giaggià, che io non me ne intendo, ma Stefano Battaglia, le sue mani, la forma che formano... sarà che a Lisbona ho mangiato spesso pesce, ma il modo di tenere le sue, a me, rammentava le seppie, e, o, di quel percorrere contrito la tastiera, parevami certi granchi che filan di traverso sulla sabbia.
Approposito(?), l’ultimo brano parlava dell’osmosi tra la luna e la sabbia, ed era tessuto d’un pianismo che va piano ma lontano, sì, di jazz d’amanti del jazz. Poca scena. In sostanza: sostanza jazz. Il bis no, che quello infine era così: una melodia tipicamente irlandese al piano, infilata s’una ritmica decisamente jazz. Strano, l’effetto iniziale. Ma, appena dopo, a pensarci su...
Il jazz è contaminazione per eccellenza, quindi, alla fine, l’unica cosa strana è dire ch’era strano, pur risultando, lo ribadisco, piacevolmente straniante.
Hum... in altre (2)parole: muito bom!
Fabio Bix

E' andata così: lunedì scorso sono andato a sentire il concerto alla ex "Virer". Poi martedi mattina ho pigliato l'aereo ed ora eccomi qui a scriverti da un internet point che s'affaccia s'una meravigliosa piazza di Lisbona (o Lisboa, come si dice qui). Quindi lo StramBix te lo compongo in diretta, così, come viene viene (che già è stato un casino capirmi con la tizia dell'internet, che io lo spagnolo lo so, lei sa l'inglese... io, ovvio, l'italiano, lei, altrettanto, il portoghese... io anche il dialetto bresciano ma beh...).
Ha suonato il Gramelot in quintetto, lunedì. Che è così: Simone Guiducci alla chitarra; Achille Succi ai clarini; Fausto Beccalossi alla fisarmonica (e le facce che fa mentre la suona); Salvatore Majore al contrabbasso; Roberto Dani alla batteria. E quando son partito, a Milano c'era un cielo di ghisa e poi pioveva, anche. E poco dopo, nel cielo europeo, c'era un sole che non ti dico e quando son sceso all'aeroporto qui a Lisboa stavo in maniche corte e... Ah, sì, il concerto...
Che bel sound, mi dice Pier mentre il Gramelot uncinetta suoni. Già, ci dissi io, mentre Daya balla-va, va, va, va Daya come balla, coi suoi tre anni e mezzo di purezza. Voleva le patatine, prima di ballare, ma l'astuzia di mamma Chiara (di nome e di fatto) ne ha traslato il desiderio verso un succo e tre cannucce colorate, prima di ballare. E in effetti era un peccato non vi fossero gonne lunghe fino ai piedi roteanti, che con la musica dei Gramelot c'era di che far muovere una piazza del Sa-lento, lento, poi, ma d'un lento ritmico, che le mani di Roberto Dani parevano tarantolate nel suonarla più con le mani, la batteria, proprio mentre gli altri lasciavano spazio ad una meditata suggestione. C'era molto mediterraneo, nella loro musica, e d'arabesco arabeggiante, anche, e capperi (e olive nere) capperi Daya non balla-va più.
Si capisce, certo, che ora quel che suonano è una ballata più cadenzata, con passo da dromedario, di melodia di vento di scirocco (come quello che agita le bandiere del castello che domina Lisbona ed ora vedo qui dalla finestra), e la batteria del Dani è corredata di una cazzuola con cui cementare, forse, il condominio di suoni variegati e, sì, la malinconia (cosi appropriato il discorso, da qui...), nella musica dei Gramelot c'era pure malinconia, di contrabbasso suonato con l'arco, da finale di film in cui lei se n'è andata e lui guarda le onde dell'oceano seguirsi l'una all'altra, instancabilmente simili e sempre diverse, dall'infinito passato al futuro infinito, incuranti del presente gioioso o sofferente di chi vi annega gli occhi dei propri sentimenti...
Fabio Bix

Non ce lo vedo proprio, Boris Vian, a riposare in pace nella propria tomba. Figurati! Come minimo si burlerà di quegli zombi dei suoi vicini. Organizzerà delle gran cagnare come fece a suo tempo nelle cave di Parigi. È stato lui a far incontrare gl’intellettuali (soprattutto gli esistenzialisti) con i Jazzisti. Come il filosofo Jean-Paul Sartre, che si sentì chiedere da Charlie Parker: «lei che strumento usa?». Era il ’49: club Saint-Germain, lo stesso anno in cui vi fece capolino quello stecco di liquirizia pura ch’era Miles Davis, il quale s’innamorò di Parigi e di Juliette Grèco, presentatagli da Vian. Per lei si trattenne nella capitale francese una decina di giorni in più. Non sapendo, però, una parola della lingua dell’altro/a, pensarono bene di passare quasi tutto il tempo a limonare, limitandosi a parlare con gli occhi e a consumarsi le mani a forza di stringersele facendo su e giù lungo la Senna.
Ho, io, già avuto modo di scrivere - in altra sede - che in un mondo senza il sole e le donne, anche la Fantasia si rifiuterebbe di viverci. Il sole stesso, mi sa, rinuncerebbe a sorgere ogni mattina, se fosse solo per scaldare e illuminare maschi imbronciati. E, anche, non so cosa ne penserebbe la Fantasia, ma pure in un mondo senza musica, io, mi rifiuterei di viverci.
Lunedì scorso era il 20 marzo. La primavera era nascosta dietro la tenda nera della notte, pronta a togliersi il cappotto e a mostrarci il floreale vestitino di seta. Quale modo migliore d’accoglierla se non con la voce, la gonna, il sorriso, i pensieri e le riflessioni di una donna, per giunta «fedele», che suona e canta il jazz (?)...
Già, lo scorso lunedì, all’Antica Birreria della Bornata 46, a traghettarci nella primavera c’era Laura Fedele, accompagnata dai suoi prodi scudieri: Stefano Dall’Ora, uomo e contrabbassista fine, e il giullaresco batterista Gio Rossi, che indossava una camicia color giallo-Titti e una cravatta rosso corrida con bricolage di disegni che non ho visto da vicino quindi non so cosa dirti, su quelli.
Laura Fedele, mentre suona il pianoforte, canta/o viceversa. E in fatto di pezzi nemmeno sceglie scappatoie, visto che s’è cimentata con brani di Tom Waits, Jeff Buckley e Nina Simone, tra gl’altri. Il trio, per certi versi, ha giocato. C’era alleg(o)ria/ aria di primavera? E intensità, anche. E si è battuto le mani a tempo, noi. E a me, una cosa che mi piace un sacco è guardare le mani dei pianisti specchiarsi nel frontalino nero verticale che sovrasta i tasti. Di Laura Fedele vedevo, riflessi, mano e avambraccio destri, fantasma di se stessi, sbucare dal nulla della nera manica disciolta nel nero legno laccato, mano e avambraccio in una danza di spigoli e vene in rilievo, come le danzatrici classiche alla sbarra col loro clone rispecchiato, ma qui si tratta di jazz, è un classico differente, qui, è più uno s-classico, più una questione «oscura», di dissolvenze, di oscillazioni, di Whisky e fumo pure se lì non ce n’era o quasi, si tratta del vivere una vita in Blues, come ci ha invitato a fare Laura nella traduzione d’un brano (mi pare) di Tom Waits, e di verità riflessa nella pigiatura delle dita su scacchiera di tasti e di corde vocali violacee e, dopo la mezzanotte, durante i bis, di, ecco, Buonanotte primavera, finalmente... Ma te lo togli quel cappotto o chi?!... §
Fabio Bix
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Torneranno le foglie. E i petali. È questione di poco, ormai. Santamalora, ho voglia di mostrare i miei piedi! No, non sono dei figurini, figurati. È per una questione di libertà. Nulla che c’entri con quella sbandierata dal Silvio dei miracoli di cartapesta. Il momento in cui, ogni anno, mi tolgo le calze, il 1° giorno che esco di casa senza i piedi incappucciati, beh, quello per me è un gran giorno! Giorno di libertà. Ben diverso da quelli che si vivon le ragazze quest’anno, che la moda «impone» gambe nude anche d’inverno sotto zero, e, quelle madonne scellerate, dio le salvi dalla moda e dall’artrosi... A me, il giorno che vedrai un sorriso girarmi attorno alla nuca, guardami laggiù: non ci saranno calze a interdire, saranno piedi d’un bianco imbarazzante, sì, ma la libertà cui accennavo prima, la leggerezza, ci farà volare su tappeti di seta sopra ogni cosa, ffffffff...
I piedi di Luciano Biondini e di Javier Girotto non li ho visti. Mmh... magari mi sbaglio, ma qualcosa mi suggerisce che non siano un granché. Per una questione di compensazione, dico. Sì, quei due hanno già un paio di mani dorate a testa, che si lecchino le dita, dico. Mi spiego:
La fisarmonica, inevitabilmente, richiama alla mente l’Argentina. Ecco quindi accorrere Javier Girotto, che in Argentina c’è nato, e giusto per non essere scontato decise di suonare il sax, lui. In modo per nulla scontato, peraltro. E senza sconti, per giunta, anzi... Dovevi esserci, sentire cosa usciva, lunedì, dall’impazzare di quelle quattro mani, di quelle 100 dita. Si era - sì, ero - alla ex Virèr, claro. Certo, sì, il Biondini era alla fisa. Suoni da cattedrale, ti dico. Mistici e sontuosi. E la febbre della settimana scorsa non m’era passata, ma il calore che sentivo non era attribuibile al mio stato febbrile, bensì al febbrile rincorrersi di dita e note, un’ubriacatura che t’assicuro, certo, ero all’Antica Birreria della Bornata ma di birra n’ho tracannata una sola, all’inizio, quindi lo stordimento non c’entrava col malto e robe così. Suoni sacrali, religiosi, dicevo, ma non come la mattina, che ero in casa e mi suona il campanello un paio di testimoni di Geova, e uno mi chiede «Sei credente?»; io ci rispondo «Sì, credo in Pirandello»; e lui, pendulo sorridente «...? ti possiamo almeno lasciare questi opuscoli?, parlano della felicità»; «Della felicità?, vi manda forse il Silvio dei miracoli di cartapesta?, ha reclutato anche voi?»; «Come?...»; «Hem, scusate se vi chiudo fuori, ma proprio non me la sento di chiudervi dentro».
Non quel tipo di sacralità, no; senza offesa...
Biondini e Girotto han suonato più un groviglio di liane e caimani /caimani?, sarà la febbre?/ birra, sì, un’altra/ quindi due!/ sì ma piccoline/ certo, ma doppio malto!/ ies, ma ti dico che non è una questione di birra e di febbre, era proprio quel DUO/ Attenti a quei due!/ dei suoni zingareschi/ arabeschi di suoni/ broncopolmonitici suoni/ di sangre e sangria/ isterici e istrionici suoni/ grappoli d’improvvisazione tra inestricabili trame/ mediterraneemoz-suoni/ e, poi, anche, d’un tratto, tratti e soffi di malinconica poesia, così, per pigliar fiato e ordinare una birra/ no, mica io, solo le due piccoline di prima, io, che, alla fine, mi son chiesto: quanti milioni di meravigliosi suoni han suonato, quei due benigni mephistopheles?
Fabio Bix